Personaggi illustri

Giustino Fortunato

Giustino Fortunato

Il grande meridionalista, rivelatore dell’aspro problema del Mezzogiorno.
Lo storico, l’uomo politico, l’educatore.

Giustino Fortunato fu uno degli uomini dall’ingegno più alto, dalla cultura più vasta e dall’anima più pura e più nobile che abbia avuto l’Italia dopo l’Unità. Egli s’impose all’ammirazione di tutta la Nazione e godette l’altissima stima persino di Benedetto Croce, di Giovanni Gentile e di Francesco Torraca.
Giustino Fortunato nacque a Rionero in Vulture, il 4 Settembre 1848. La sua famiglia si era trasferita due secoli prima, da Sieti (un antico e ameno borgo della Valle del Picentino) in Basilicata ed era una ricca e laboriosa famiglia di agricoltori che aveva radicati sentimenti borbonici. L’albero genealogico di questa famiglia ebbe origine dall’unione di Marcello e Carlotta Spina nell’anno 1300.
Un altro ramo genealogico ebbe origine dall’unione di Antonio, nato nel 1590 con Giovanna De Robertis . Sembra che l’origine di questo ceppo possa risalire addirittura al 1099 e che il capostipite sia stato un guerriero di ritorno dalle Crociate, di origine veneta e di nome Fortunato . In paese quasi tutti asserivano, per notizie tramandate da generazioni in generazioni, che il famoso Giustino Fortunato, storico, prima Deputato e poi Senatore,aveva vincoli di parentela più stretti col primo che con il secondo ramo . Infatti conservavano lettere autografe e inoltre ,nel descrivere i monti Picentini, Giustino accennava con molta nostalgia a una “erma villa di Sieti, a me sì cara per memorie di famiglia”. Un prozio-che si chiamava anch’esso Giustino Fortunato , fu Consigliere della Gran Corte dei Conti al tempo di Gioacchino Murat e poi Presidente del Ministero della reazione, dal 7 Agosto 1848 al 19 Gennaio del 1852, sotto il Regno di Ferdinando II.
Giustino Fortunato fece i suoi studi a Napoli, prima nel collegio dei Gesuiti , poi in quello degli Scolopi, a San Carlo alle Mortelle. Conseguita la licenza liceale si iscrisse alla Facoltà di legge, seguendo contemporaneamente i corsi di letteratura italiana di Luigi Settembrini, il quale gli volle un gran bene. Basti dire che l’ultima lettera, scritta da Settembrini poco prima di morire , fu diretta a questo suo diletto discepolo. Presa la laurea in Giurisprudenza, Giustino Fortunato, pur potendo vivere largamente di rendita, preferì continuare studiare. Mise da parte però i libri giuridici e, dopo aver frequentato per un po’ di tempo gli studi dei famosi pittori Morelli e Palazzi, s’ingolfò nella lettura di opere di carattere soprattutto letterario e storico. Dal 1872 al 1876, Fortunato fu abbastanza assiduo alle lezioni di Francesco De Sanctis e conobbe, in quella scuola, Antonio Calandra, Giorgio Arcoleo, Alberto Marghieri e Francesco Torraca. Lesse allora , con grande passione, scrittori e poeti antichi e moderni. Gli autori maggiormente preferiti furono tre : Orazio, Dante e Manzoni.Quando egli leggeva la Divina Commedia si trasfigurava ed aveva l’abilità di farla gustare, in modo impressionante, anche agli amici che lo ascoltavano. Ancora più accentuata fu la sua ammirazione per il Manzoni. Non passava giorno, in cui egli non rileggesse qualche brano dei Promessi Sposi.

Tommaso Claps

Tommaso Claps

Narratore dotto e geniale

Tommaso Claps nacque ad Avigliano, nel 1871. La madre morì pochi giorni dopo averlo dato alla luce. Affidato alle cure di una zia paterna, ricevette la sua prima educazione dallo zio sacerdote. Studiò prima a Potenza poi a Napoli dove si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza , trovandosi , tra i maestri, il suo celebre conterraneo Emanuele Granturco.
Fu per due anni docente di diritto civile all’Università di Camerino ma dovette abbandonare l’incarico per motivi di famiglia. Ritornò a Potenza dove intraprese la carriera nella magistratura. La sua attività di giurista fu sempre accompagnata da altri interessi. Gli fu compagno un altro grande intellettuale di quei tempi, Sergio De Pilato studioso insigne dei fasti lucani e benemerito direttore della biblioteca Provinciale di Potenza, che a lui deve le sue più interessanti collezioni. Insieme fondarono giornali e riviste; insieme cercarono di promuovere e diffondere la conoscenza dei costumi delle genti lucane e la loro misera condizione, mai disgiunta dall’analisi della società in cui vivevano. Morì ad Avigliano nel 1945, dove si era rifugiato dopo i bombardamenti di Potenza. Gennaro Claps ha recentemente pubblicato i suoi manoscritti raccolti e strappati alla distruzione del terremoto del 1980 da Giambattista Pinto.
A PIE’ DEL CARMINE ovvero PAESAGGI E GENTI DI BASILICATA
Il gusto per la finzione narrativa precede in Claps i suoi stessi racconti stampati per intercessione di Giustino Fortunato, a Torino nel 1906. Alcuni di questi, infatti, uscirono su un piccolo giornale potentino,“Il Lucano”, sotto lo pseudonimo di Maria Andreina Sordetti, nome inventato, di cui l’autore costruisce una convincente biografia.
Introducendo la raccolta “ A pie’ del Carmine” , dedicata a Giustino Fortunato, Claps spiega i motivi della dedica e sottolinea che : -“ Voi solo, o quasi, tra i non molti lettori di un piccolo giornale di Potenza, riusciste a scoprire, nello pseudonimo agnatizio di una maestra elementare, la mia persona e m’induceste, anche prima che le novelle fossero tutte pubblicate, a raccoglierle in un volume col mio nome e cognome, se non con la mia qualità di pretore, la quale mi aveva appunto persuaso a nascondermi dietro la veste della signorina Maria Andreina Sordetti, di cui Il Lucano aveva persino pubblicato l’apocrifa effigie”. Resta però il mistero su chi fosse la donna di cui si pubblicò il ritratto. Il narratore dunque non coincide con lo scrittore, ma con un autore inventato, la cui psicologia è stata disegnata perché fosse ancora più evidente il chiaroscuro, la sfumatura degli ambienti. Un doppio perfetto che se da una parte conduce alla narrativa decadente, a Pirandello, a Svevo, dall’altra porta alla narrativa realista femminile della fine dell’Ottocento di Matilde Serao e, più tardi di Grazia Deledda, i cui personaggi, più ancora di quelli verghiani, assomigliano ai protagonisti delle novelle di Claps-Sordetti. In alcuni momenti i pastori, i briganti o i contadini di Claps sembrano più vicini ai personaggi dannunziani delle “Novelle della Pescara” che ai “vinti” di Verga.
Giustino Fortunato, il primo a interessarsi alle novelle di Claps quando uscivano sul giornale “Il Lucano”, sostenne le spese per la stampa del volume uscito col titolo “A pie’ del Carmine. Bozzetti e novelle basificatesi”. Lo ricordava egli stesso parlandone a Gaetano Salvemini: “l’autore è uno di que’ tanti piccoli eroi di cui, se Dio vuole il nostro popolo abbonda”.
Le novelle del volume sono quindici. Esse hanno come sfondo il vasto territorio aviglianese, già feudo dei Doria e l’estrazione sociale dei personaggi: contadini e popolani, masciare e briganti, insomma la plebe delle zone interne del Mezzogiorno. Claps contribuisce volutamente e consapevolmente a definire l’iconografia più tipica delle genti lucane, cercando di far emergere le doti positive del popolo, i suoi valori antichi e profondi: il sacro senso della morale, la religiosità, la dignitosa sopportazione della miseria, la tragica coscienza del destino.
Accanto alle virtù, però, emergono di conseguenza i difetti del popolo e le mancanze dello Stato, che non diventano mai denuncia se non in modo assai latente: miseria, ignoranza, difficoltà nei trasporti e nei collegamenti, credulità, arroganza dei padroni/galantuomini. Claps, quasi senza accorgesene, dipinge i contadini come sospesi in una sorta di “atemporalità”, più tardi codificata da Carlo Levi e dagli antropologi del secondo Novecento: “essi vivono nell’assenza dello Stato, delle istituzioni, delle strade, dei medici, dei maestri, dei giudici”.
La parte più autentica di queste novelle, oltre alla lingua, è proprio nel rapporto di questi “vinti” lucani, o come avrebbe detto Fortunato, basilicatesi, con la religione. Non a caso sul monte Carmine di Avigliano sorge un famoso Santuario della Madonna; non a caso le novelle si aprono con la vendita di una “lettera di Gesù Cristo”; non a caso, dovunque, la presenza dell’elemento religioso, dalle immagini ai paragoni, ai più intimi pensieri di questi uomini, è prevalente.

UNA NOVELLA : L’ANNO DELLA MALANNATA.
La prima novella della raccolta, l’Anno della malannata, narra, dal punto di vista dei contadini, lo svolgersi degli eventi naturali che danneggiano i raccolti e provocano una durissima carestia invernale. Il racconto è uno dei più riusciti: l’evento è narrato dall’intera comunità, nei suoi gruppi e nei singoli, che cerca di trovare cause e rimedi alla tragedia incombente e si rivolge a Dio e ai Santi cercando di placarne l’ira. La carestia è annunciata da una serie di segni premonitori, cui non tutti prestano fede.
Le novelle hanno un ritmo narrativo eccezionale; si leggono d’un fiato, restituendo il sentimento autentico di una popolazione, i suoi aspetti più tipici e insieme più poetici. Il carattere più genuino dell’ispirazione di Claps è nel suo realismo, nella coralità della narrazione, nel linguaggio che cerca di riprodurre il parlato popolare.
Rocco Risolia
Bibliografia: Appunti di letteratura lucana di M.T. Imbriani Ed. Consiglio Regionale di Basilicata

Ferdinando Petruccelli della Gattina

Ferdinando Petruccelli (Della Gattina)

UNA VITA DA BOHEMIEN

Nacque a Moliterno (PZ) il 28 Agosto 1815. Studiò a Castelsaraceno, Spinoso e nel seminario di Pozzuoli sviluppando, negli anni della sua formazione, il suo profondo e spietato anticlericalismo. Frequentò poi a Napoli l’Università di Medicina, laureandosi nel 1836 e iniziando ad esercitare la professione sotto la guida di uno zio medico. Contemporaneamente si dedicava alle sue passioni letterarie e politiche, scrivendo sui giornali e partecipando all’attività cospirativa dei gruppi mazziniani. Nel 1841, seguendo le mode del tempo, pubblicò il suo primo lunghissimo romanzo storico Malina da Taranto; subito dopo fondò il giornale “ Mondo vecchio e Mondo nuovo” che attirò le attenzioni della polizia borbonica. Arrestato nel 1846 per la sua iscrizione alla “Giovine Italia”, fu liberato l’anno dopo e mandato sotto sorveglianza nel paese natale. Nel 1847 usciva a Parigi il romanzo Ildebrando, che fu messo all’indice dalla Curia. Nel 1848 tornò a Napoli in veste di deputato per il distretto di Melfi e fu tra i primi a insorgere contro Ferdinando II che voleva apportare sostanziali modifiche alla costituzione del Regno. Raggiunte le popolazioni siciliane in rivolta, Petruccelli guidò i moti del 1848 in Calabria, insieme a Costabile Carducci. Ucciso l’ amico, a tradimento ad Acquafredda, Petruccelli, ricercato dalla polizia borbonica, fu costretto a nascondersi e visse per più di un anno adottando diversi travestimenti e vagando nei paesi interni della Calabria, della Basilicata e del Cilento. A Napoli riuscì ad imbarcarsi clandestinamente ed a raggiungere prima Parigi e poi Londra, dove incontrò Mazzini e Darwin. Intanto aveva già aggiunto al suo cognome l’appellativo della Gattina, che gli derivava dalla denominazione di un fondo ( di infimo valore) di sua proprietà a Moliterno. Nei lunghi anni dell’esilio, Petruccelli della Gattina viaggiò molto, scrisse moltissimo e ovunque manifestò il suo spirito ardente e rivoluzionario. Partecipò alle barricate di Parigi; parlava e scriveva correttamente inglese e francese; divenne notissimo al pubblico di tutta Europa per le sue corrispondenze al seguito dell’esercito di Napoleone III. Proclamata l’indipendenza italiana nel 1860, Petruccelli ritornò in Italia dove fu eletto deputato al Parlamento nazionale per il Collegio di Brienza prima e di Teggiano poi. Anche alla Camera, prima a Torino e poi a Roma si distinse per il suo spirito caustico: sono noti i suoi discorsi, le sue invettive e gli innumerevoli duelli che fu costretto a sostenere. Spirito irrequieto, tornò spesso a Londra e a Parigi. Nel 1868 sposò l’inglese Maude Paley-Baronet. Continuò a scrivere senza sosta romanzi e articoli. Costretto a letto da una parziale paralisi si trasferì a Napoli dove visse una diecina di anni. Nel 1888 è di nuovo a Parigi dove si spegne il 29 marzo del 1890.

IL SAGGISTA
L’attività pubblicistica di Petruccelli della Gattina è disseminata su giornali italiani, francesi inglesi e belgi e attende ancora un recupero sistematico. Delle opere storiche la più nota è La rivoluzione di Napoli del 1848, disseppellita da Francesco Torraca e recentemente riproposta in un’edizione contemporanea. Dell’opera sui moti del 1848 si propone la rilettura di un passo dedicato alla donna meridionale, dove sicuramente confluisce l’esperienza personale della fuga e dell’accoglienza presso le popolazioni delle zone interne del Mezzogiorno:
La donna di quella parte d’Italia è la donna di Oriente. La stessa ignoranza, la stessa riservatezza, lo stesso passare istantaneo dalla mestizia alla gioia, la stessa superstizione, la stessa prontezza all’entusiasmo, lo stesso delirio dei piaceri e quell’istinto inquieto che la tormenta e la spinge incessante, la spinge sempre verso la libertà. L’amore è il fondo del suo cuore; ma il movente di questa passione, il paradiso a cui aspira, è la libertà. Vi aspira per la via della religione, per mezzo della poesia, per mezzo delle passioni nobili che mostra sentire e comprendere, per la rassegnazione, per l’entusiasmo che tutta la comprende agli atti soavi e generosi che sente raccontare e di cui tanto si mostra avida, per la facilità al perdono delle offese ed al disprezzo di ogni viltà, per la consolazione che spande su tutti i dolori e la fiducia nell’avvenire che divide con la giovane generazione.

IL ROMANZIERE
Petruccelli della Gattina fu autore di un gran numero di romanzi, di cui il più noto è, I moribondi del palazzo Carignano, ambientato nella sede del primo Parlamento italiano, a Torino. Scritto con sapiente ironia, l’autore vi ha saputo cogliere vizi e virtù di una classe politica, denunciando malcostume e corruzione. Dal gusto romantico per la storia medievale a quello bohemien dei salotti; dal romanzo di ricostruzione religiosa fino al resoconto cronachistico, e quindi realistico dei Moribondi, Petruccelli è autore di moda, incontra il gusto dei contemporanei, scrive e traduce in più lingue le sue opere. Il linguaggio è poliedrico, ricco di parole straniere, a volte libresco, a volte popolare e risente della facilità affabulatoria dello scrittore.
Bibliografia: Appunti di Letteratura Lucana di M.T. Imbriani

Nicola Sole

Nicola Sole

Durante il periodo del Risorgimento il maggiore poeta della Lucania fu Nicola Sole.
Egli nacque a Senise il 31 Marzo 1821. Fin da bambino mostrò di essere dotato di forte ingegno e di portentosa memoria. Ripeteva infatti canti interi dell’Ariosto e del Tasso. A dieci anni fu inviato a studiare nel seminario della diocesi di Anglona presso Tursi e li si rivelò improvvisatore di versi. Nel 1841 si recò a Napoli per frequentare il Collegio Medico ma un anno dopo lo abbandonò per dedicarsi agli studi di legge. L’evento di rilievo di quei primi anni fu l’incontro con il francese Alphonse de Lamartine. Completati gli studi, nel 1845 si trasferì a Potenza, dove esercitò la professione di avvocato. Entrato nei circoli liberali della città, nel 1848, anno dei moti risorgimentali, pubblicò la sua prima raccolta di poesie, L’Arpa Lucana. All’indomani della repressione borbonica Nicola Sole, che era iscritto alla “Giovine Italia”, fu coinvolto nel processo ma rimase latitante. Nel 1852 si costituì e, nonostante fosse imputato di cospirazione, venne assolto. Nel 1857, ottenuto finalmente il passaporto, per l’intercessione di Achille De Clemente, direttore del giornale antiborbonico “Iride”, potè tornare a Napoli dove la collaborazione al giornale gli assicurò grande notorietà. Qui Nicola Sole conobbe molti amici tra cui il grande pittore Domenico Morelli e, nel 1858, Giuseppe Verdi che si era recato a Napoli per la rappresentazione dell’Opera “Il Ballo in Maschera”. Verdi rimase alcuni mesi a Napoli alloggiando all’Albergo Roma. Verdi, Sole e Morelli trascorsero molte serate insieme passeggiando per Santa Lucia e lungo le strade del Chiatamone, per godere la splendida visione del golfo di Napoli. Sole, dominato dalla commozione continuava ad improvvisare versi che il M° Verdi ripeteva, cantando. Una notte la sua ispirazione produsse la seguente “ottava” che, trascritta e intitolata “ La preghiera del Poeta”, venne poco dopo musicata dal M° Giuseppe Verdi:
Del tuo celeste foco, eterno Iddio, Un core accendi, che di te si allieta;
Tu reggi, tu consacra il verso mio, Perché non manchi a generosa meta.
Dal dubbio salva e dal codardo oblio/ La fede e l’arpa dell’umil poeta:
Tu fa che il trovi della morte il gelo/ La man sull’Arpa e le pupille al Cielo!

La professione forense non impedì a Nicola Sole di continuare a comporre poesie. Quando nel 1848 Potenza accolse col più grande entusiasmo la notizia che Ferdinando II aveva concesso la Costituzione, egli prese viva parte a quella esultanza e compose dei versi con cui incitava la sua Regione ad inneggiare alla libertà e all’Italia: Esci, o Lucania, dalle tue foreste/Nella temuta maestà primiera:/Congiungi il brando alla tua falce agreste/Sotto il favor dell’itala bandiera/Lucania!…Ascendi sul maggior tuo monte/Colla corazza al petto e l’elmo in fronte./Guarda laLibertà,che vien sui venti/E il tuo capo immortal fascia di lampi.
\Sopravvenuta la reazione, Nicola Sole, che era iscritto alla “Giovine Italia”, fu coinvolto nel processo ma rimase latitante, andando per tre anni, travestito e ramingo,di casa in casa. Con sentenza del 1852 ebbe termine il primo processo e se ne inizio subito un secondo. Nicola Sole si costituì e , nonostante fosse imputato di cospirazione e altro, venne assolto. Nel 1857 si trasferì a Napoli dove, oltre a fare l’avvocato, il giornalista e il poeta, dette anche lezioni di diritto penale. Qui Nicola Sole ebbe molti amici tra cui il grande pittore Domenico Morelli. Nel 1858 conobbe anche Giuseppe Verdi , che si era recato a Napoli per far rappresentare, al Teatro San Carlo, il “Ballo in Maschera”. Verdi restò alcuni mesi in questa città, alloggiando con la sua consorte Giuseppina Strepponi, all’Albergo Roma.
Il Morelli approfittò di tale circostanza per fare al Maestro un bellissimo ritratto ad olio. Quasi ogni notte, Verdi Sole e Morelli passeggiavano lungo le strade di Santa Lucia e del Chiatamone per godere, al chiarore della luna e delle stelle, il divino spettacolo del golfo incantato. Nicola Sole, dominato dalla commozione, continuava ad improvvisare versi che Verdi ripeteva, cantando. Una notte il poeta improvvisò la seguente ottava che, trascritta e intitolata “La preghiera del poeta”, venne subito musicata da Verdi: Del tuo celeste foco, eterno Iddio/,Un core accendi, che di te si allieta; /Tu reggi, tu consacra il verso mio, /Perché non manchi a generosa meta./ Dal dubbio salva e dal codardo oblio/ La fede e l’arpa dell’umil poeta:/ Tu fa che il trovi della morte il gelo/ La man sull’Arpa e le pupille al Cielo! Nicola Sole ebbe una vita breve e l’ultimo anno della sua breve esistenza fu molto triste. Ammalato di fegato e prevedendo di non vivere a lungo , scrisse la poesia:
“ Ad una Stella” : Ma poco, il sento, fermerò le piante/ Di qua dei cieli peregrin romito :/ fra poco solcherò l’onda sonante/ De l’infinito! Il 22 Maggio 1859 morì Ferdinando II. Per l’avvento al trono e per le nozze del nuovo re Francesco II vi fu , in quell’anno, la serata di gala al Teatro San Carlo e lo spettacolo si aprì col canto di un inno di Nicola Sole, messo in musica da Saverio Mercadante. Intanto la sua malattia si aggravava . Morì l’11 dicembre del 1859, nel suo paese natio, a soli 38 anni.
Ai suoi tempi Nicola Sole ebbe grande notorietà. Francesco De Sanctis nel 1873 tenne all’Università di Napoli nove lezioni sulla letteratura del Mezzogiorno delle quali due le volle dedicare a lui. Nicola Sole fu un poeta che amò intensamente l’Italia (quasi tutti i canti raccolti nell’”Arpa lucana”,sono vibranti di patriottismo) ma la sua caratteristica essenziale fu quella di Poeta Lucano. Nessun poeta ha esaltato la Lucania come quest’uomo.Egli cantò, in maniera mirabile, le nozze, le tombe,le albe,i tramonti e persino i silenzi notturni, resi più arcani dal lontano scintillìo delle stelle e dalle malinconiche e dolci note melodiche dell’usignolo. Il suo capolavoro è il canto “ Al Mare Jonio” di 445 endecasillabi sciolti. In questo inno traspare l’immenso amore per la Lucania e la sua storia millenaria.
“ Come sei bella,/ Terra dei forti, or che distende il cielo/ Un manto azzurro su le tue montagne,/ E nel suo riso la recente luna/ I tuoi boschi inargenta! A me diletta/ Ride ogni itala zolla : eppur le tue/ Aure bevvi vagendo, e nel tuo seno/ Dormono i padri miei. Tutto a te diede/ Clemente il cielo; le montagne e i mari, / I vulcani e le nevi, il fosco abete/ E l’aureo pomo oriental, franati/ Brulli dirupi ed ondulati piani/ Ricchi d’alberi e d’acque e
di verzura,/ E pampinosi poggi, e lauri, e tutto!/ Ed i tuoi figli, rispondenti al suolo,/Ne la battaglia eroi, soavi al canto,/ Ed atti al grave meditar profondo.

Giovanni Passannante

Giovanni Passannante

Un anarchico lucano

Napoli, 17 Novembre 1878. Nella ex capitale del reame tutto è pronto per accogliere festosamente il Re Umberto I, il monarca di casa Savoia appena salito al trono e sua moglie, la regina Margherita. Con loro anche il principe ereditario Vittorio Emanuele e il Presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli. Il servizio d’ordine è imponente e penetrante ; la polizia, già da tempo perseguita e incarcera i repubblicani e gli appartenenti all’Associazione internazionale dei lavoratori, prima sezione in Italia di un movimento anarchico europeo.
Passa invece inosservato Giovanni Passannante, ventinovenne, nato nel piccolo paese di Salvia, disperso sulle montagne dell’Appennino lucano, che, a Napoli da qualche mese, vivacchia come può e intanto si nutre di idee anarchiche ed utopie : vuole uccidere il Re per realizzare, come dirà al processo, un mondo che abbia “come solo padrone Dio, come norma di vita la legge morale e come interprete di questa legge il popolo”.
Il mezzo per realizzare il suo progetto è un coltello, poco più di un temperino, col quale si avvicina alla carrozza che sta attraversando la Carriera Grande. Sembra che voglia rivolgere una qualche supplica al sovrano, ma invece sfodera l’arma, avvolta in una benda rossa con su scritto “morte al Re, viva la Repubblica Universale, viva Orsini” .
Ferisce lievemente re Umberto e più gravemente il Cairoli che interviene e consente che l’attentatore sia catturato. Durante il processo ribadirà la sua indipendenza da qualsiasi organizzazione.
Condannato a morte, la pena gli sarà commutata in carcere a vita dallo stesso Umberto che non volle farne un martire delle “plebi meridionali”. Dopo dieci anni di lavori forzati, in una cella interrata in cui era incatenato giorno e notte, Giovanni Passannante finirà i suoi giorni nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, senza nemmeno ricordare il suo tragico gesto.
Intanto, gli amministratori del suo paese natale, spaventati dagli stessi funzionari reali sulle conseguenze che l’attentato del loro concittadino poteva scatenare, in tutta fretta avevano cambiato il nome da SALVIA in SAVOIA.

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